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[Tutorial] Utilizzi gli hashtag giusti per la tua musica sui social media?

Ormai, i social media sono diventati importanti e abbastanza diffusi da far capire a tutti che cosa sono gli hashtag, ma ci sono ancora molte persone che non capiscono cosa dovrebbero o non dovrebbero fare quando si tratta di dare la giusta impostazione nel loro utilizzo su Instagram o Facebook.
Ecco una rapida occhiata a cinque cose che potreste non fare con gli hashtag, come potreste migliorare e perché tutto ciò sia importante.

  1. Seguire strategicamente alcuni hashtag

Anche se non se ne parla abbastanza e molte persone nemmeno ne sono a conoscenza, gli hashtag possono essere seguiti su Instagram più o meno allo stesso modo degli account. Chiunque può scegliere di seguire un hashtag e visualizzare molte delle immagini associate al tag (a volte tutte, a seconda di quante volte viene utilizzato l’hashtag) nel proprio feed, proprio come se un account che seguiamo avesse condiviso una nuovo post.
Seguire un hashtag come #summer o #music probabilmente non vi servirà a nulla, dal momento che sono usati ed abusati, ma ci sono alcuni che potrebbero avvantaggiarvi. Ad esempio, se si segue il nome della tua band o dj preferiti come hashtag (ad esempio #coldplay o #davidguetta), sarà possibile visualizzare alcuni dei post che hanno attinenza con la propria musica ed artisti preferiti. A volte le persone non ci taggano correttamente utilizzando un hashtag anziché il tag al nostro account. In questo modo potremo intercettare le immagini in questione. Si potrebbe ad esempio decidere di seguire i nomi dei propri brani, album e tour sotto forma di hashtag perché, anche vengono usati solo una o due volte, conviene interagire con quelle immagini (e con gli account dietro di loro), dal momento che saranno probabilmente condivise dai chi ci segue con maggiore assiduità e partecipazione.

2. Separare gli hashtag dalla didascalia

Ci sono diverse correnti di pensiero quando si tratta di posizionare gli hashtag da allegare ai propri post e, alla fine, si riduce tutto a ciò che riteniamo migliore e di ciò che funziona per noi.
Suggeriamo di aggiungere i propri hashtag come commento subito dopo aver postato la propria immagine o il proprio video lasciando che la didascalia abbia la propria rilevanza, invece di affollarla con hashtag. Quando vengono inseriti in un commento, funzionano ancora allo stesso modo e tutte le funzionalità dovrebbero essere uguali, ma vengono suddivisi in compartimenti e, in un certo senso, vengono tenuti separati.

In alternativa si può optare per aggiungere almeno 5 punti in successione (o altro simbolo) per distanziare la lista degli hashtag dalla caption, ossia la didascalia descrittiva del post.

3. Non usarne troppi

Le persone aggiungono hashtag ai post su Instagram perché rendono i propri contenuti parte di una conversazione più ampia e consentono loro di intercettare persone nuove che diversamente potrebbero non incappare mai nel loro profilo . Con ogni hashtag aggiunto, c’è l’opportunità di raccogliere nuovi Mi piace, commenti e follower, e mentre ciò può sembrare superficiale, tutta quell’attenzione si aggiunge e può tradursi in nuovi fan e vendite dei propri brani.
Si potrebbe essere tentati a questo punto di massimizzare il numero di hashtag aggiunti a ogni post (Instagram ne consente 30 per ogni articolo), ma in realtà non si tratta di una buona pratica.

Trovare un equilibrio tra l’utilizzo di hashtag appropriati e l’accattonaggio di attenzione e visibilità è difficile. A volte solo cinque hashtag sono la cosa migliore, mentre altre volte, circa 10 potrebbero funzionare meglio. Quando si superano i 10 le cose diventano complicate e Instagram potrebbe anche pensare che stiamo provando a giocare con l’algoritmo e quindi bisogna fare attenzione a non tramutare il nostro post in qualcosa che il social network tratta come vero e proprio Spam.

4. Non utilizzare sempre gli stessi

Via via che aumentiamo le nostre pubblicazioni su Instagram, diventa facile stagnare nell’utilizzo dei soliti hashtag. Probabilmente ci sono molte opzioni che si applicano a tutto ciò che condividiamo, come #music, #concert, #newmusic o il nostro nome . Potrebbe sembrare che abbia senso utilizzarli più e più volte, ma Instagram disapprova anche il copia e incolla degli hashtag nello stesso ordine.

Quando pubblichiamo è bene mescolare gli hashtag ed evitare di utilizzare #music tutte le volte, specialmente se ci sono altri tag più trendy e pertinenti applicabili al nostro post. Anche se ci sono alcuni elementi che vogliamo includere ogni volta che condividiamo (come il proprio nome o il nome che i nostri fan ci hanno attribuito), facciamo del nostro meglio per scriverlo in un ordine differente. Se era il primo hashtag elencato nel nostro ultimo post, assicuriamoci che sia da qualche parte nel mezzo nel post successivo e magari l’ultimo in quello che verrà pubblicato ancora dopo

5. Creare hashtag inediti ed originali

La maggior parte degli hashtag che pubblichiamo sono utilizzati anche da milioni di altre persone, e questo può anche rendere difficile distinguersi. È divertente lanciare il proprio contenuto nella giungla social insieme a tutti gli altri che utilizzano tag come #instamusic o #edm, ma possiamo anche proporne altri che si applicano solo a noi e alla nostra musica.

Includendo gli hashtag chiave per noi nei propri post di Instagram possiamo iniziare a “educare” chi ci segue ad utilizzarli quando postano cose attineneti al nostro universo, alla nostra musica, alle nostre serate etc. Questi hashtag hanno un senso circoscritto a quelli che ci conoscono e vogliono anche pubblicare qualcosa che ci riguarda, e quindi sono forse anche più importanti degli altri hashtag casuali che le masse hanno adottato.

Guardiamo questi hashtag con attenzione e assicuriamoci di seguirli, perché tutto ciò che è condiviso con uno di questi elementi è fondamentale per noi.

Ringraziamo Giona Guidi per averci dato consulenza sull’intricato mondo di Instagram, dei “trucchi” ed errori da evitare, mettendo a disposizione la sua consolidata esperienza di dj, produttore e social media expert.

Native Instruments rilascia Evolve Mutations 2

Native Instruments ha rilasciato EVOLVE MUTATIONS 2, un nuovo plugin software Instrument  per i compositori di musica per il cinema, la TV ed i giochi. EVOLVE MUTATIONS 2 offre un arsenale di strumenti di elevata qualità, ma anche ritmiche e suoni ambient capaci di conferire impatto e profondità a qualsiasi pezzo musicale caratterizzato da atmosfere drammatiche. Contiene oltre 300 nuovi suoni basati su 2 GByte di campioni di elevata qualità. Il materiale è suddiviso in 4 categorie:

  1. Rhythmic Suites che include loops percussivi e musicali con slice individuali e mappatura della tastiera and keymapping
  2. Percussive Kits per la creazione di originali tappeti percussivi
  3. Stings & Transitions per supportare le composizioni con elementi transizionali efficaci e carichi di suspance
  4. Tonality & FX” che include una vasta gamma di strumenti evocativi e pads.

EVOLVE MUTATIONS 2 introduce anche il nuovo “Trigger FX” , una sezione versatile ed intuitiva per il sound processing, grazie alla quale i tasti della tastiera all’interno di una determinata ottava richiamano differenti processi di trattamento del suono inclusi saturazione, panning, delay che possono anche essere combinati.

EVOLVE MUTATIONS 2 è disponibile per il download presso il NI Online Shop al prezzo di $119 / 99 EUR. E’ disponibile anche un bundle DVD che combina entrambi i volumi di  EVOLVE MUTATIONS al prezzo di $169 / 149 EUR.

Tutorial: La Struttura di una Traccia

Questo piccolo tutorial esaminerà la struttura generale di una traccia nella prospettiva del producer che la crea e del dj che la dovrà suonare e mixare.

Struttura della Traccia

Per creare una sessione mixata sarà necessario conoscere qualcosa di più sul modo in cui vengono assemblate le singole tracce. La musica Club, Tecno, Trance o, se volgiamo semplifcare con un unico genere, la House è costituita da battute in 4/4. In altre parole l’elemento basico di questo genere musicale è una “Misura o Battuta” con 4 beats della durata di 1/4. Ricordiamo il famoso clichè del  “a one, a two, a one-two-three-four”.

La struttura di base di una traccia solitamente può essere definita nel modo seguente:

  | Intro | Body | Break : Build up : Climax | Exit |

Questa è la descrizione generale della struttura di una traccia. Noterete che la maggior parte dei dischi segue questa regola, sebbene le eccezioni siamo piuttosto frequenti. Quando mixiamo due dischi dobbiamo essere in grado di distinguere le parti importanti e, più che mai, le transizioni tra queste.

La Intro solitamente è una versione basica del tema centrale del pezzo. La gran parte dei suoni che costiuiscono il corpo principale in questa fase non saranno presenti. Spesso la intro ha inizio con la sola linea di bass drum, ma in altri casi questa non compare fino al secondo stage, ossia il Body (Corpo). Il Corpo rappresenta la parte inclusiva di tutti i suoni del pezzo. All’interno del Body possono essere collocati dei Break che non portano necessariamente all’esplosione, ossia il Climax.

In termini generali, invece, il Break rappresenta la classica “quiete prima della tempesta”, il momento in cui la gran parte delle sonorità del pezzo subiscono uno stop per creare una sorta di suspance e tensione capaci di valorizzare il Climax. Con il Climax ripartono il basso e la cassa ed esplode il tema principale del disco (questo è il momento in cui solitamente la gente in pista fa l’urletto). Alcuni sostengono che la fase di Buld Up che precede l’esplosione del pezzo (Climax) sia sacra ed intoccabile. In altre parole: non toccare mai la fase di Build Up mixandoci sopra un altro disco! In linea di principio ci sentiamo di concordare su questa posizione, dal momento che è molto facile rovinare l’atmosfera di un Build Up inserendo la battuta di un altro disco.

Quattro beats costituiscono una misura, una serie di misure un Loop. Ripetiamo un Loop alcune volte e otterremo il Tema, ossia la melodia carratteristica della traccia. I Loop sono costituiti da 4 o 8 misure, la maggior parte delle volte, i Temi sono variano da 16 a 32 misure (da 2 a 8 Loops).

E’ molto importante rispettare la struttura di una traccia nella fase di creazione del brano. Concepire e adeguarsi alle esigenze di chi la dovrà suonare renderà il pezzo più commerciabile ed esso verrà apprezzato anche da parte del pubblico che, sebbene meno esperto di un dj, a livello inconscio ha ormai acquisito le dinamiche della musica da discoteca e vive la sviluppo del brano attendendo lo svolgimento delle varie parti in vista dell’esplosione del tema principale.

Recensione: SONALKSIS TBK1,TBK2,TBK3 Plug-ins

 

 

 

I plug-ins audio si dividono normalmente in due categorie: quelli che supportano il produttore nel tradurre accuratamente le loro idee in suoni attraverso suoni da studio e operazioni chiave sull’audio e quelli che, invece, spingono alla sperimentazione di nuove sonorità, a trovare nuove ispirazioni. Per i produttori che fanno computer music un plug-in ispiratore può fare la differenza tra una buona traccia e una hit. Allo stesso tempo un plug-in con una interfaccia particolarmente complicata o che presenta problemi di compatibilità, può avere il risultato opposto.

I plug-ins di Sonalksis di cui ci occupiamo oggi ricadono decisamente nella seconda categoria. Parliamo del trittico dei The Big Knob, da cui l’acronimo TBK, facenti parte della serie Creative Elements.  L’interfaccia di questi tre effetti è stata ideata con l’intento comune di risultare piuttosto intuitiva, ma al tempo stesso ciò non impedisce una sostanziale diversificazione nell’utilizzo e nel risultato finale dell’elaborazione sonora. Dal punto di vista grafico il minimo comune denominatore dei tre TBK è la grande manopola che domina l’interfaccia, cui si affiancano alcuni piccoli interruttori. L’installazione è piuttosto semplice a l’autorizzazione/registrazione si effettua depositando, con un classico drag & drop, un file di registrazione sul pannello del plug-in. Una volta terminata questa procedura avremo a disposizione i tre device in formato AU e/o VST, a seconda della piattaforma utilizzata e del programma che utilizzeremo come host. 

TBK1


Il TBK1 Creative Filter è piuttosto agevole e dobbiamo dire che subito che è un plug-in molto divertente da usare. Degno di nota è il controllo di risonanza adattiva che ha il compito di mantenere costante la risonanza e la saturazione man mano che si ruota la grande manopola e limitando le esplosioni nel momento in cui si va a spaziare attraverso determinate frequenze. Tutto questo risparmia al produttore un sacco di tempo perso in regolazioni minuziose. I comandi ed interruttori disponibili sulla destra della manopola offrono:

  • tre tipi di filtro: highpass, bandpass e lowpass 
  • quattro settaggi per la risonanza: Low, Med, High e Rude 
  • tre livelli di intensità del filtro: 12, 24 or 48 dB

La manopola del TBK1 ci ha impressionati per l’altissima risoluzione. Lo sweep, sia esso veloce o lento, risulta fluido come ci si aspetta da un plug-in di questo genere.  I TBK utilizzano tutti la medesima architettura interna a 64 bit e questo garantisce che la precisione dell’algoritmo di base sia sempre molto dettagliata. La risonanza adattiva svolge il suo compito egregiamente impedendo gli eccessi di volume o, al contrario, la perdita di dettagli. Combinando le impostazioni della manopola e i filtri si ottengono tagli molto interessanti sui canali. Impostando il parametro su Rude, ogni cosa acquisisce un suono aggressivo ed eccitante. L’impostazione High e Medium della risonanza sono, a nostro avviso, i più entusiasmanti. Altra funzione interessante è lo Step che modifica in automatico, ad intervalli cromatici, la frequenza del filtro. Le impostazioni relative alla frequenza del filtro possono essere controllati anche attraverso comandi MIDI appositamente assegnati in modo da ottenere la progressione melodica del filtro.

TBK2


TBK2 Digital GrimeBox è un plug-in con effetto di distorsione. L’interfaccia è pressoché simile al TBK1 ed include infatti un cursore, la manopola centrale e tre interruttori. Se sul TBK1 abbiamo trovato la risonanza adattiva, sul TBK2 GrimeBox abbiamo a disposizione il bias adattivo che analizza il segnale in ingresso e mantiene un livello blianciato nella colorazione. Questo ci permette di creare un ampio range di effetti, dall’appena percepibile alla distruzione totale, senza alcun ritardo interno del segnale, grazie alla latenza zero che caratterizza tutti e tre i plug-ins. Proseguendo troviamo:

  • l’interruttore Clip che amplifica oppure taglia il guadagno di ±12 dB
  • L’interruttore LPF a 4 posizioni che imposta il filtro lowpass a zero (spento), 2, 6 o 12 kHz
  • L’interruttore Mode che permette di scegliere 4 tipologie di distruzione sonora, ossia Crush, Smash, Grime e Downsampling

La manopola nel TBK2 agisce in modo inverso e pertanto la distorsione aumenta man mano che la si gira verso sinistra, mentre assume il valore massimo quando è impostata sullo zero. Anche nel TBK2 GrimeBox troviamo la funzione Step ma in questo caso, una volta attivata, opera attraverso valori interi. I valori non interi possono essere invece utilizzati quando il bottone Step è disattivato e ciò produce una serie di interessanti variazioni sull’effetto.

TBK3

Il TBK3 Uber Compressor è un plug-in tanto attento al controllo delle dinamiche quanto capace di usare quelle stesse dinamiche per trasformare un campione in qualcosa di assolutamente diverso. Sonalksis utilizza il digitale, gli algoritmi di modellamento anolgico e impostazioni basate su coppie di attack/release per ottenere curve di compressione assolutamente uniche. TBK3 Uber Compressor è in grado di mantenere la colorazione analogica a livelli operativi che farebbero esplodere una macchina analogica. In definitiva il TBK3 può essere utilizzato per mantenere semplicemente una traccia sotto controllo, ma è sperimentando varie combinazioni estreme delle impostazioni che si possono ottenere risultati ispirati ed originali.  Questo è ancor più vero se si utilizza il TBK3 in combinazione con gli altri due plug-ins della serie Creative Elements. TBK3 include quattro Timing Modes che controllano altrettante impostazioni di attack/release che dipendono dal segnale in ingresso: Instant, Pop, Slap e Pump. Il plug-in mette a disposizione anche quattro impostazioni di Side-Chain Bias per definire quali parti dello spettro innescano la compressione. La manopola del TBK3 è dotata anche di un red meter circolare che mostra attivamente il livello di compressione applicato. Il comando Fierce avvia l’effetto di compressione ed è il vero elemento chiave dell’intero plug-in. E’ molto difficile descrivere cosa accade quando viene attivato ma è assolutamente evidente che le cose cambiano in modo radicale. L’espressione e la spinta del suono crescono quando viene premuto il bottone Fierce, ma senza che questo  incida sul livello di uscita perchè il guadagno viene controllato, ancora una volta, in modo adattivo. Per concludere troviamo anche un pulsante Noise che attiva alternativamente il circuito di colorazione analogica del suono con un indicatore di clip che imposta un tetto massimo all’output.

Considerazioni finali

L’interfaccia della serie TBK è fantastica ed offre un pannello delle preferenze contenuto che consente di agire sulle impostazioni della manopola principale definendo la modalità circolare o lineare del suo utilizzo. Il controllo MIDI consente di pilotare i plug-ins attraverso un sistema esterno, sia esso basato su note MIDI, oppure sulla classica rotella di input. La lettura della manopola può mostrare sia i valori che le note. Tutti e tre i pug-ins sono disponibili, una volta installati, sia in versione mono che stereo e possono operare in frequenze di campionamento tra i 44.1 e i 192 kHz, a latenza zero e 64 bit.

Tutti e tre i TBK sono risultati veloci, efficienti e efficaci, senza tralasciare la capacità creativa del produttore più esigente. Il prezzo del bundle TBK è di 184,99 Euro, ma i plug-ins sono comunque disponibili singolarmente al prezzo di 79,99 Euro per il TBK1 e 2 e 119,99 Euro per il TBK3.

Thanks to Sonalksis